Avvisi da Lunedì 11 Novembre a Domenica 17 Novembre

Lunedì 11 novembre (memoria di San Martino di Tours)
– Celebrazioni: ore 08.00 a Quistello; ore 09.00 a Quingentole.

Martedì 12 novembre (memoria di San Giosafat)
– Celebrazioni: ore 08.00 a Santa Lucia; ore 16.00 al R.S.A. “Ciclamini” di Quistello.
Quistello ore 21.00 in oratorio: incontro con i genitori dei ragazzi che organizzeranno i fine settimana in oratorio.

Mercoledì 13 novembre
– Celebrazioni: ore 09.00 a San Giacomo; ore 19.00 a Quingentole con adorazione fino alle ore 21.00.

Giovedì 14 novembre
– Celebrazioni: ore 09.00 a Quistello; ore 19.00 a San Giacomo con adorazione fino alle ore 21.00.
Quistello ore 21.00 in oratorio: incontro con i responsabili dei centri d’ascolto della Parola.
Cinema teatro Lux ore 21.00: primo appuntamento con il film “Il vizio della speranza”.

Venerdì 15 novembre
– Celebrazioni: ore 08.00 a Quistello; ore 09.00 a Quingentole.

Sabato 16 novembre
– Celebrazioni: ore 17.00 a San Rocco; ore 18.00 a Malcantone.

Domenica 17 novembre (XXXIII domenica del T.O. giornata mondiale dei poveri)
– Celebrazioni: ore 08.00 e 11.00 a Quistello; ore 09.00 a Nuvolato; ore 09.30 a Quingentole, messa di Ringraziamento (pranzo alle 12.30; per partecipare al pranzo le iscrizioni saranno aperte fino al 14 novembre); ore 10.30 a San Giacomo.
Quistello ore 15.30: inaugurazione dell’Emporio Solidale presso il centro d’ascolto in via Veneto.
Cinema teatro Lux propone una serie di eventi che mirano a costruire e consolidare la comunità in un tempo in cui lo scenario è occupato dalle comunità dei social network, spesso caratterizzate da interessi e legami deboli. Il programma degli eventi lo trovate sul depliant in distribuzione.

Vita eterna, non durata ma intensità senza fine

I sadducei si cimentano in un apologo paradossale, quello di una donna sette volte vedova e mai madre, per mettere alla berlina la fede nella risurrezione. Lo sappiamo, non è facile credere nella vita eterna. Forse perché la immaginiamo come durata anziché come intensità. Tutti conosciamo la meraviglia della prima volta: la prima volta che abbiamo scoperto, gustato, visto, amato… poi ci si abitua. L’eternità è non abituarsi, è il miracolo della prima volta che si ripete sempre. La piccola eternità in cui i sadducei credono è la sopravvivenza del patrimonio genetico della famiglia, così importante da giustificare il passaggio di quella donna di mano in mano, come un oggetto: «si prenda la vedova… Allora la prese il secondo, e poi il terzo, e così tutti e sette».
In una ripetitività che ha qualcosa di macabro. Neppure sfiorati da un brivido di amore, riducono la carne dolorante e luminosa, che è icona di Dio, a una cosa da adoperare per i propri fini. «Gesù rivela che non una modesta eternità biologica è inscritta nell’uomo ma l’eternità stessa di Dio» (M. Marcolini). Che cosa significa infatti la «vita eterna» se non la stessa «vita dell’Eterno»? Ed ecco: «poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio», vivono cioè la sua vita. Alla domanda banale dei sadducei (di quale dei sette fratelli sarà moglie quella donna?) Gesù contrappone un intero mondo nuovo: quelli che risorgono non prendono né moglie né marito. Gesù non dice che finiranno gli affetti e il lavoro gioioso del cuore.
Anzi, l’unica cosa che rimane per sempre, ciò che rimane quando non rimane più nulla, è l’amore (1 Cor 13,8). I risorti non prendono moglie o marito, e tuttavia vivono la gioia, umanissima e immortale, di dare e ricevere amore: su questo si fonda la felicità di questa e di ogni vita. Perché amare è la pienezza dell’uomo e di Dio. I risorti saranno come angeli. Come le creature evanescenti, incorporee e asessuate del nostro immaginario? O non piuttosto, biblicamente, annuncio di Dio (Gabriele), forza di Dio (Michele), medicina di Dio (Raffaele)? Occhi che vedono Dio faccia a faccia (Mt 18,10)? Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vivi. In questa preposizione «di», ripetuta cinque volte, in questa sillaba breve come un respiro, è inscritto il nodo indissolubile tra noi e Dio. Così totale è il legame reciproco che Gesù non può pronunciare il nome di Dio senza pronunciare anche quello di coloro che Egli ama. Il Dio che inonda di vita anche le vie della morte ha così bisogno dei suoi figli da ritenerli parte fondamentale del suo nome, di sé stesso: «sei un Dio che vivi di noi» (Ermes Ronchi).

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