Avvisi da Lunedì 28 Ottobre a Domenica 3 Novembre

Lunedì 28 ottobre

– Celebrazioni: ore 08.00 a Quistello; ore 09.00 a Quingentole.

Martedì 29 ottobre

– Celebrazioni: ore 08.00 a Santa Lucia; ore 16.00 al R.S.A. “Ciclamini” di Quistello.

Gaidella ore 19.30 santo rosario e a seguire messa per i defunti.

Quistello ore 21.00: incontro in oratorio con i genitori dei ragazzi che organizzeranno i fine settimana in oratorio.

Mercoledì 30 ottobre

– Celebrazioni: ore 09.00 a San Giacomo; ore 19.00 a Quingentole con adorazione fino alle ore 21.00.

Giovedì 31 ottobre

– Celebrazioni: ore 09.00 a Quistello; ore 17.00 a San Rocco; ore 18.00 a Malcantone.

Venerdì 01 novembre (solennità di tutti i santi)

– Celebrazioni: ore 8.00 e 11.00 a Quistello; ore 9.00 a Nuvolato; ore 09.30 a Quingentole (c’è un battesimo) a seguire processione al cimitero con benedizione tombe; ore 10.30 a San Giacomo. Quistello ore 15.30 al cimitero: santo rosario.

Sabato 02 novembre (commemorazione di tutti i defunti)

– Celebrazioni: ore 09.30 a Quingentole; ore 09.30 a Nuvolato; ore 11.00 a Quistello; ore 11.00 a San Giacomo. Tutte le celebrazioni saranno presiedute al cimitero di ogni paese/frazione. San Giacomo ore 15.30 al cimitero: santo rosario. Nuvolato ore 15.30 al cimitero: santo rosario.

In questo giorno vengono sospese le messe di San Rocco e Malcantone.

Domenica 03 novembre (XXXI domenica del T.O.)

– Celebrazioni: ore 08.00 e 11.00 a Quistello; ore 09.00 a Nuvolato; ore 09.30 a Quingentole; ore 10.30 a San Giacomo.

Esercizi spirituali del 4-5-6 novembre (prendere il depliant).  

 

Quando mettiamo “io” al posto di “Dio”

Una parabola “di battaglia”, in cui Gesù ha l’audacia di denunciare che pregare può essere pericoloso, può perfino separarci da Dio, renderci “atei”, adoratori di un idolo. Il fariseo prega, ma come rivolto a sé stesso, dice letteralmente il testo; conosce le regole, inizia con le parole giuste «o Dio ti ringrazio», ma poi sbaglia tutto, non benedice Dio per le sue opere, ma si vanta delle proprie: io prego, io digiuno, io pago, io sono un giusto. Per l’anima bella del fariseo, Dio in fondo non fa niente se non un lavoro da burocrate, da notaio: registra, prende nota e approva. Un muto specchio su cui far rimbalzare la propria arroganza spirituale. Io non sono come gli altri, tutti ladri, corrotti, adulteri, e neppure come questo pubblicano, io sono molto meglio. Offende il mondo nel mentre stesso che crede di pregare. Non si può pregare e disprezzare, benedire il Padre e maledire, dire male dei suoi figli, lodare Dio e accusare i fratelli.

Quella preghiera ci farebbe tornare a casa con un peccato in più, anzi confermati e legittimati nel nostro cuore e occhio malati. Invece il pubblicano, grumo di umanità curva in fondo al tempio, fermatosi a distanza, si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Una piccola parola cambia tutto e rende vera la preghiera del pubblicano: «tu», «Signore, tu abbi pietà». La parabola ci mostra la grammatica della preghiera. Le regole sono semplici e valgono per tutti. Sono le regole della vita. La prima: se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona. Non nella coppia, non con i figli o con gli amici, tantomeno con Dio.

Il nostro vivere e il nostro pregare avanzano sulla stessa strada profonda: la ricerca mai arresa di qualcuno (un amore, un sogno o un Dio) così importante che il tu viene prima dell’io. La seconda regola: si prega non per ricevere ma per essere trasformati. Il fariseo non vuole cambiare, non ne ha bisogno, lui è tutto a posto, sono gli altri sbagliati, e forse un po’ anche Dio. Il pubblicano invece non è contento della sua vita, e spera e vorrebbe riuscire a cambiarla, magari domani, magari solo un pochino alla volta. E diventa supplica con tutto sé stesso, mettendo in campo corpo cuore mani e voce: batte le mani sul cuore e ne fa uscire parole di supplica verso il Dio del cielo (R. Virgili). Il pubblicano tornò a casa perdonato, non perché più onesto o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà) ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – a Dio che entra in lui, con la sua misericordia, questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza. (p. Ermes Ronchi)

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